Osservate da vicino quasi ogni angolo del gioco d'azzardo moderno e troverete un'impronta italiana. La parola stessa "casinò" è italiana. La prima casa da gioco gestita dallo Stato in Occidente aprì a Venezia. La lotteria a numeri nacque a Genova. Persino la matematica del caso, quella teoria della probabilità su cui si fonda ogni calcolo di quote mai fatto, fu abbozzata per la prima volta da un giocatore del Rinascimento italiano davanti a un tavolo da dadi. Nulla di tutto questo è casuale. Tra il Trecento e il Seicento, le città-stato mercantili italiane fecero qualcosa che nessuna società aveva mai fatto: tolsero il gioco d'azzardo dall'ombra e lo intessettero nella vita urbana, nello svago delle élite e nella finanza pubblica. Così facendo, cambiarono per sempre la storia del gioco d'azzardo.
Una società costruita sul rischio calcolato
Per capire perché il gioco d'azzardo fiorì nell'Italia rinascimentale, bisogna capire il mondo che lo produsse. Le città-stato italiane erano il motore commerciale d'Europa, e la loro ricchezza era costruita sul rischio. Firenze coniò il fiorino e diede vita al banco dei Medici; Venezia commerciava in tutto il Mediterraneo sulla forza del suo ducato; Genova creò una delle prime banche pubbliche d'Europa, il Banco di San Giorgio. Erano società che parlavano fluentemente il linguaggio del credito, delle lettere di cambio e, soprattutto, dell'assicurazione marittima, cioè la pratica di puntare denaro sul fatto che una nave tornasse sana e salva da un viaggio.
Quest'ultima innovazione è decisiva, perché il confine tra assicurare un carico, speculare su un prezzo e scommettere su un esito era sottilissimo. I mercanti erano, di fatto, professionisti del rischio, e gli storici di questo periodo hanno sostenuto che fu proprio in queste città che prese forma una nuova idea di futuro, un futuro inteso come autenticamente ignoto e aperto al calcolo. Il mercante e il giocatore erano due facce della stessa medaglia, entrambi scommettevano su ciò che il domani avrebbe portato. Una cultura così a suo agio con il rischio strutturato non poteva che abbracciare il tavolo da gioco.
I giochi che conquistarono l'Europa
L'Italia rinascimentale non inventò il gioco d'azzardo, ma divenne il grande snodo attraverso cui esso si diffuse in tutto il continente. Le carte da gioco arrivarono in Europa alla fine del Trecento, quasi certamente trasportate lungo le rotte commerciali del Mediterraneo dal mondo islamico, e i porti italiani furono tra i primi punti d'ingresso. Da lì le reti mercantili di Venezia e Genova contribuirono a diffondere il gioco delle carte in tutta Europa.
Gli italiani non si limitarono a importare i giochi: li elaborarono in qualcosa di più ricco. Nella Milano, nella Ferrara e nella Bologna del Quattrocento, il gioco dei tarocchi, antenato dei moderni tarocchi divinatori, emerse come passatempo di corte, e i raffinatissimi mazzi Visconti-Sforza, dipinti a mano, trasformarono il tavolo da gioco in una vetrina dell'arte e del prestigio ducale. Giochi di dadi come la zara erano talmente radicati nella vita quotidiana che Dante aprì un canto del suo Purgatorio proprio con l'immagine dei giocatori che si separano dopo una partita a dadi. E fu in Italia che la bassetta, un gioco di carte di banco ad alta posta, prese forma prima di essere portata alle corti di Francia e oltre, dove divenne l'ossessione dell'aristocrazia europea e l'antenata diretta del faro. Nelle mani italiane il gioco d'azzardo divenne non un vizio furtivo, ma un rituale sociale alla moda.
Genova e la nascita della lotteria
Se un contributo italiano al gioco d'azzardo ha toccato più vite di ogni altro, è la lotteria, e nacque a Genova nel Cinquecento. L'origine sta in una consuetudine tipicamente genovese. Ogni anno la Repubblica estraeva i nomi dei cittadini destinati a ricoprire i seggi del proprio consiglio di governo, e i giocatori genovesi cominciarono a scommettere su quali nomi sarebbero stati estratti. La scommessa divenne così popolare da essere astratta del tutto dalla politica: i nomi furono sostituiti da numeri, e il risultato fu la moderna lotteria a numeri, il lotto.
Il genio del modello genovese non stava solo nel gioco, ma nell'uso che lo Stato ne fece. Ecco una forma di gioco d'azzardo che il governo poteva gestire, regolamentare e tassare, trasformando l'appetito popolare per la scommessa in un flusso affidabile di entrate. Quel modello, la lotteria di Stato come strumento di finanza pubblica, sarebbe stato esportato in tutta Europa e rimane, cinque secoli dopo, una delle forme di gioco legale più diffuse al mondo.
Venezia e il primo casinò
Il culmine della cultura del gioco italiana arrivò a Venezia, la città dove di fatto nacque il casinò moderno. All'inizio del Seicento il gioco d'azzardo era assolutamente pervasivo a Venezia, praticato nelle stanze private, nelle piazze pubbliche e, soprattutto, durante le lunghe settimane di Carnevale. Le autorità avevano tentato per decenni di reprimerlo, fallendo completamente. Così, nel 1638, il Maggior Consiglio prese una decisione di portata storica: invece di vietare il gioco d'azzardo, avrebbe deciso di gestirlo. Aprì il Ridotto, un'ala del Palazzo Dandolo presso la chiesa di San Moisè, come casa da gioco autorizzata dallo Stato, il primo casinò pubblico e legale dell'Occidente.
Il Ridotto cristallizzò tutto ciò che le città-stato rinascimentali avevano imparato sul gioco d'azzardo. Univa gli interessi dei giocatori mercanti che traevano profitto dalle partite a quelli di un governo che voleva ordine ed entrate, diventando un primo modello di finanziamento dello Stato attraverso i proventi del gioco. Sebbene il suo statuto lo dichiarasse aperto al pubblico, le poste elevate e un rigido codice di abbigliamento, i giocatori dovevano indossare la maschera veneziana bauta e il tricorno, fecero sì che nella pratica appartenesse alla nobiltà. Ai suoi tavoli si giocava al biribi, un gioco in stile lotteria, e alla bassetta, il gioco di carte alla moda. Divenne celebre in tutta Europa e sopravvisse fino al 1774, quando un riformatore veneziano convinse infine la Repubblica a chiuderlo per preservare la morale pubblica. A quel punto l'idea che incarnava, il gioco d'azzardo come istituzione urbana regolamentata, tassata e affascinante, era già sfuggita a Venezia e non sarebbe più stata contenuta.
Quando il gioco d'azzardo insegnò all'Europa a calcolare
L'eredità forse più sorprendente del gioco d'azzardo rinascimentale italiano è intellettuale. Le scommesse incessanti dell'epoca ponevano una domanda pratica a cui nessuno aveva mai risposto in modo rigoroso: quali sono, esattamente, le probabilità? Il frate e matematico toscano Luca Pacioli affrontò alla fine del Quattrocento il celebre "problema dei punti", cioè come dividere equamente la posta di un gioco interrotto prima della fine, un rompicapo che conteneva in silenzio i semi del calcolo delle probabilità.
Fu un altro italiano, il poliedrico studioso milanese e giocatore incallito Gerolamo Cardano, a compiere il passo decisivo. Nel suo Liber de Ludo Aleae, il Libro sui giochi d'azzardo, scritto intorno alla metà del Cinquecento, Cardano analizzò i giochi di dadi che praticava e giunse all'idea fondamentale che la probabilità di un evento potesse essere definita come il rapporto tra i casi favorevoli e tutti i casi possibili. Fu il primo tentativo sistematico nella storia di formalizzare il caso, e nacque direttamente dal tavolo da gioco. Anche Galileo avrebbe poi scritto un breve trattato sulle probabilità dei dadi per un nobile mecenate. La conversazione che questi italiani avviarono fu portata avanti dai matematici francesi Pascal e Fermat nel secolo successivo, ma le fondamenta erano italiane. Il gioco d'azzardo, nell'Italia del Rinascimento, non si limitò a divertire: insegnò all'Europa a pensare all'incertezza stessa.
Peccato, spettacolo e Stato
Nulla di tutto ciò avvenne senza conflitti, e la tensione che ne derivò è una delle eredità che l'Italia ha lasciato al mondo moderno. La Chiesa condannava il gioco come un vizio, e predicatori infuocati tuonavano contro di esso; nel 1497 il frate Savonarola gettò dadi, carte e tavoli da gioco nel suo Falò delle Vanità a Firenze. I governi cittadini emanavano leggi suntuarie e divieti periodici, e il papato stesso proibì la popolare pratica di scommettere sull'esito delle elezioni papali. Eppure le stesse autorità autorizzavano, tassavano e in definitiva traevano profitto dal gioco d'azzardo, perché le entrate erano semplicemente troppo preziose per rinunciarvi.
È questo il modello duraturo che l'Italia rinascimentale ha creato: una società perennemente combattuta tra l'ansia morale verso il gioco d'azzardo e la dipendenza dal denaro che esso genera, che risolve la tensione attraverso la regolamentazione e la tassazione anziché il divieto. È esattamente il compromesso che i governi di tutto il mondo stipulano ancora oggi.
Il modello del Rinascimento
La ragione per cui l'Italia del Rinascimento ha cambiato la storia del gioco d'azzardo è che gli ha dato la sua architettura duratura. Ha trasformato il gioco da abitudine disdicevole a tratto raffinato dello svago d'élite e della cultura urbana. Ha prodotto il primo casinò di Stato e la prima lotteria di Stato, inventando il modello del gioco d'azzardo come finanza pubblica. Ha diffuso i giochi d'Europa lungo le sue rotte commerciali, rivestendoli di arte e cerimonia. E, quasi come effetto collaterale, ha dato vita alla matematica che avrebbe permesso all'umanità di misurare il caso.
La sala da gioco moderna, la lotteria nazionale, le quote dell'allibratore e lo stesso concetto di probabilità portano tutti l'impronta di quei secoli italiani. Quando giochiamo oggi, in un senso molto reale, stiamo ancora praticando un gioco che Venezia, Firenze e Genova hanno insegnato al mondo.
Domande frequenti
Dove aprì il primo casinò? Il primo casinò pubblico autorizzato dallo Stato in Occidente fu il Ridotto, aperto dal governo di Venezia nel 1638 in un'ala del Palazzo Dandolo presso la chiesa di San Moisè. Rimase attivo fino al 1774.
La lotteria ha avuto origine in Italia? Sì. La moderna lotteria a numeri, il lotto, nacque a Genova nel Cinquecento, evolvendosi dalla consuetudine genovese di scommettere su quali nomi di cittadini sarebbero stati estratti per ricoprire i seggi del consiglio, poi sostituiti da numeri.
Come ha fatto il gioco d'azzardo a dare origine alla teoria della probabilità? I giocatori del Rinascimento italiano volevano conoscere le vere probabilità dei loro giochi. Il matematico milanese Gerolamo Cardano analizzò i giochi di dadi nel suo Liber de Ludo Aleae e definì la probabilità come il rapporto tra casi favorevoli e casi possibili, il primo trattamento sistematico del caso, che in seguito ispirò Pascal e Fermat.
Perché il gioco d'azzardo era così importante nell'Italia rinascimentale? Le città-stato italiane erano società commerciali costruite sul rischio, dall'assicurazione marittima al commercio speculativo, il che le rendeva insolitamente a proprio agio con la scommessa. Le ricche élite mercantili avevano il tempo e il denaro per giocare, e i governi impararono a regolamentarlo e tassarlo come fonte di entrate pubbliche.